Normalità

Dopo l’ di Parigi, ogni volta che salgo sul che prendo per andare a lavoro mi guardo intorno e penso che sarebbe così incredibilmente semplice
se, da un secondo all’altro, qualcuno si piantasse a gambe larghe al centro del mezzo e gridasse un’invocazione straniera lasciandosi esplodere. Ogni volta immagino la sorpresa che pietrifica, il terrore di chi ha capito, e immagino di fare un gesto alla Bruce Willis gettando a terra il folle individuo, per impedirgli di commettere la strage. Poi mi dico che probabilmente non ne avrei il tempo, la forza fisica, e che, se anche lo facessi, rimarrei comunque fregata dal bruto che ho spinto per terra.

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Di solito la mia immaginazione si ferma qui, a questa scena, e mi riscuoto dal torpore che mi provoca. Penso che è proprio questo quello che vogliono questi individui; lasciare che queste lugubri immagini ci affollino la mente per tutto il tempo, tanto da entrarci dentro, inzupparci, e lasciarci così pervasi dal terrore da rinunciare a prendere il bus, ad andare a lavoro, divertirci, goderci il sole primaverile che, il 20 marzo (quest’anno l’equinozio è arrivato un giorno prima) ha cominciato a scaldarci. E mi dico che non è possibile, che non è giusto. E scorro il mio smartphone, leggo gli articoli su Medium, studio le persone intorno a me, come sono solita fare quando sono circondata da altri Esseri Umani, sostituendo, ai lugubri pensieri di cui sopra, le loro vite ipotizzate.

Pubblicato da Diario

Vivo in mondo fatto di libri e computer. Bloggo dal lontano giugno 2007.

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