Un’amica mi ha prestato questo libro, “La moglie peggiore del mondo”, di Polly Williams.  Le è venuto in mente mentre stavamo parlando di Bridget Jones e di quanto sia brillante il suo personaggio.
Ho cominciato a leggerlo finendo per arrivare più o meno a pagina 50, poi mi sono fermata.

Non riesco ad entrare in empatia con la protagonista, anzi, direi che mi sta proprio antipatica. Sono più in accordo con il marito, e – pensate un po’ – con la suocera. (Argh)

C’è un femminismo estremizzato tra le prime pagine di questo romanzo. Sadie non pulisce casa perché semplicemente ritiene che le donne moderne non debbano farlo e quando il marito, tornando da lavoro la sera, le fa notare che ci sono gli stivaletti di gomma del figlio sporchi di cacca in corridoio da almeno una settimana, lei gli dice che se proprio ci tiene tanto può lavarli lui, dal momento che non ha sposato una cameriera. Questo è il primo degli episodi che mi vengono in mente, ma le prime 50 pagine sono piene di esempi simili.

Sono la prima a dire che una moglie è appunto una moglie, e non una cameriera, ma così mi sembra che si esageri un pochino.

Personalmente, non sopporterei degli stivaletti sporchi di cacca in corridoio per una settimana intera, e dal momento che mi piace vivere in una casa pulita ed in ordine, senza particolari odori pungenti, gli stivaletti li avrei tolti di mezzo io, probabilmente il giorno dopo. Li avrei tolti di mezzo anche se avessi lavorato 12 ore al giorno, anche se vivo nel 2018 e detesto il modello Donna Reed.

Bollare il riordinare la casa come “un lavoro necessariamente da donna” è una cosa che mi manda in bestia fin da quando posso ricordare, ma credo che in ogni situazione ci voglia un pizzico di buon senso e di equilibrio.

Questi argomenti sono sempre pruriginosi: se una donna vuole fare la casalinga allora necessariamente è una specie di reclusa. Nel 2018 la donna deve lavorare altrimenti è una barbarie culturale, lei è un’inetta etc etc. senza considerare che, magari, esistono donne che volontariamente vogliono rimanere tra le mura domestiche – se possono permetterselo, certo – che preferiscono fare le casalinghe anziché lavorare fuori casa. Senza considerare che fare discorsi simili equivale a costringerle a fare qualcosa che non desiderano, esattamente come pretendere che una donna con ambizioni lavorative rimanga in casa a rassettare soltanto perché donna.

Certe cose non si possono dividere in maniera netta: non è che se una donna riordina casa o cucina per il marito allora è necessariamente una casalinga anni ’50 dalla mentalità ristretta, tantomeno il suo consorte è una specie di orco che pretende che la propria compagna debba sacrificare la propria libertà fisica ed intellettuale innanzi alla sua magnifica figura.

Da quando sono moglie lavoro, studio e mi occupo della casa, eppure lo faccio senza essere costretta o sentirmi inferiore alle altre donne. Quando lavo, stiro e cucino lo faccio anche per me, non solo per lui. Lo faccio per non vivere in una casa sporca, per mangiare qualcosa di decente e per indossare vestiti puliti ed in ordine; mi prendo cura non solo di mio marito ma anche di me stessa. E non sono sola: anche lui contribuisce a tutto questo.

Sarà che io sono cresciuta con una mamma che ha sempre lavorato – e ha sempre lavorato a tempo pieno, anche nei festivi – senza per questo farmi mancare nulla. Ha sempre cucinato, lavato e stirato senza sentirsi in obbligo o perché qualcuno glielo imponeva, ma per lei stessa e per fare una coccola alle persone che amava.

Per questo Sadie non mi piace. Non si prende cura della casa perché è convinta che questo la sminuirebbe come donna; perché questo, automaticamente, la renderebbe una casalinga anni ’50; perché queste cose le fanno soltanto le Donna Reed e le Bree Van de Kamp. E noi non vogliamo esserlo, giusto? Siamo donne moderne ed indipendenti, che non hanno tempo per imparare a cucinare decentemente, neanche per noi stesse.

Proverò ad andare avanti nella lettura, e vedrò cosa ne viene fuori. Magari tutto questo è frutto della volontà della scrittrice e, mano a mano che proseguo con il romanzo, cambio opinione.

Diario