Cosa rende gradite le attenzioni di un uomo? Fino a che punto ci si può spingere e quando invece il corteggiamento diventa sopraffazione, violenza, arrogante convinzione di aver interpretato in maniera giusta la volontà dell’altra persona?

Nei primi mesi del 2018 si è molto parlato dell’argomento, e, sebbene non se ne parli più come nei mesi scorsi, l’argomento è ancora attuale. Ad inizio anno è partito il movimento #MeToo che ha dato il via ad un acceso dibattito basato, principalmente, su due posizioni opposte. Da una parte Cathrine Deneuve e la Bardot, che hanno affermato il sacrosanto “diritto d’importunare” degli uomini (brr), dall’altra il Time’s Up, che ha condannato tutti gli atteggiamenti senza fare distinzioni di sorta. Le prime hanno inconsapevolmente giustificato quei disgustosi lumaconi senza ritegno che si sentono in diritto di allungare le mani e le parole in virtù de “l’Uomo è cacciatore” e “Tanto lo so che ti piace anche se dici il contrario”, le altre non hanno fatto distinzioni, non hanno individuato le sfumature. Esistono infatti tanti stadi e tante gradazioni di attenzioni: impertinenze, goliardie, violenze, abusi, maleducazioni; trattare tutto allo stesso modo genera confusione con il rischio di non sapere più come comportarsi e cosa si vuole.

Un conto è parlare dicendo, in astratto: “Questo non si fa” un conto è agire concretamente, laddove a volte è davvero difficile riuscire a capire a che punto spingersi, se continuare e rischiare di ferire l’altra persona oppure risultare freddi e disinteressati.

E ancora, si può cambiare idea anche arrivati ad un certo punto? La risposta sembrerebbe quantomeno ovvia, ma la maggior parte delle volte la realtà contraddice il buon senso. Prendiamo ad esempio la fotografa che ha raccontato di aver avuto un episodio poco felice con il comico Aziz Ansari. All’inizio lui la corteggia, lei ci sta, poi finiscono a casa di lui a fare cose che a lei non piacciono più. La situazione è diventata spiacevole, lei si sente a disagio, ma ormai è lì, cosa può fare? Può tirarsi forse indietro? Può dire forse di no quando all’inizio si è dimostrata disponibile? Di chi è la colpa in questo caso? Di lui che, poco sensibile e ormai certo di quello che lei voleva ha continuato, oppure di lei che non ha detto niente? Siamo davvero così vittime del sistema da farci condizionare a tal punto che “mantenere la parola data” è più importante dei nostri sentimenti?

E allora, chi ha torto e chi ha ragione? Di chi esagera facendo di tutt’erba un fascio o di chi esagera giustificando anche le più vili e viscide attenzioni?

L’argomento è così delicato che non si può fare una generalizzazione assoluta. Occorre essere sensibili, rispettosi, educati, ascoltare i no, i nì e i sì, ricordandosi sempre che l’arte della seduzione è un gioco di pazienza ed intelligenza, di amore verso il prossimo e verso se stessi. Si dovrebbe insegnare, prima di tutto, che se ci si è stufati di giocare per tappe non si possono prendere scorciatoie per arrivare subito al traguardo, che non si possono ignorare o violare le regole se non si ha più la pazienza di aspettare, comprendere, capire, amare.

Si dovrebbe insegnare che si può dire NO anche se inizialmente si è detto Sì, perché non si è firmato alcun contratto e quello a cui si dice NO è un sistema becero e primitivo, fatto di piccoli e grandi soprusi, vigliaccherie, violenze e squallori.

Il sistema è disgustoso perché spinge le persone a dire Sì per paura, vergogna o – forse la peggiore delle tre – abitudine. E’ una lotta impari e assai difficile – creaturine appena svegliate dal torpore contro convenzioni millenarie – ma è possibile uscirne. Non domani, non dopodomani, ma forse , nel giorno dopodomani, sì.

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