Primo post dell’anno nuovo.

Leggo spesso su internet varie opinioni, dissonanti e dissacranti l’una dell’altra. Osservo attentamente come possano nascere e svolgersi incredibili battaglie sul più disparato argomento possa esserci sulla Terra, e di come chi sostenga la propria opinione chiami sempre a supporto della stessa la propria autorità in materia: “Io sono…” “Io ho fatto…” “Io ho detto…” 

Io non intervengo mai in queste discussioni. Mi limito a leggere con un atteggiamento piuttosto distaccato il districarsi di queste assurde battaglie dialettiche, leggendo prima la tesi e poi l’antitesi e poi ancora la tesi; in un susseguirsi di frasi e parole e di interventi incidentali che potrebbero durare praticamente all’infinito. Non intervengo mai per una ragione principale: non è una discussione, quella che avviene per la maggior parte sui social. Non è uno scambio di idee e di opinioni; è uno scontro all’ultimo sangue fine a se stesso, dove necessariamente qualcuno deve soccombere.

Ogni primo dell’anno ho un buon proposito: quello di essere più attiva sui social, primo fra tutti Facebook, di non essere la solita asociale e di conversare più o meno attivamente  nelle discussioni. Questo perché, nonostante tutto, ritengo che lo scopo che abbia ispirato i social sia giusto: mettere in contatto più persone e permettere loro di confrontarsi, parlare, scambiare idee. Un po’ come i blog insomma, che continuano ad essere il mio strumento di condivisione preferito, sebbene siano anacronistici. Ogni primo dell’anno, dunque, mi faccio questa promessa, promessa che infrango puntualmente appena una settimana dopo: non appena, cioè, ho il tempo di leggere i dibattiti sul tutto ed il contrario di tutto portati alla mia attenzione con straordinaria  prepotenza.

Quest’anno, ad esempio, oggetto della disputa sono stati i famosi sacchetti biodegradabili a pagamento. Ho visto condividere articoli da siti improponibili, dal nome che puzzava di fake news lontano un miglio, ho visto teorie di complotti, congetture, storie così articolate da ispirare film thriller di sicuro successo. Ho visto gente lamentarsi di non avere abbastanza soldi per pagare anche i sacchetti biodegradabili e gente che trattava tutti come poveri mentecatti, dal momento che “Io ho sempre pagato le arance mettendo l’etichetta sulla buccia” o “Io ho sempre usato la sportina a rete”. Erano tutti economisti, tutti europeisti, tutti giuristi, tutti sapevano come funzionava e avevano la tronfia compiacenza di spiegarlo agli altri. Se qualcuno aveva qualcosa da dire lo tacciavano – più o meno velatamente – di ignoranza e continuavano coi paraocchi a sproloquiare delle loro convinzioni.

Capite bene che, dopo neanche tre giorni di bombardamento social, ho perso qualunque voglia di comunicare e di dire come la pensavo. Fedele al mio proposito, e desiderosa di fare qualcosa per aiutare quelli che, come me, magari avevano bisogno di fare chiarezza tra il ciarpame di notizie contrastanti che mi erano piovute addosso in meno di 48 ore, ho condiviso un articolo del Sole 24 Ore dove si parlava dei sacchetti bio. Il Sole 24 Ore mi sembra una fonte piuttosto autorevole.

Per questo dico che internet è un incredibile mental coaching. Riesce a rafforzare l’autostima di chiunque in un nanosecondo. Come è possibile, mi chiedo io, come opera questo prodigioso meccanismo? Con me non funziona mai. Ogni volta che mi sento di scrivere qualcosa, ci penso sempre cento volte, e, se anche lo faccio, tento di capire le ragioni che spingono l’eventuale persona che mi dà contro. Magari sbaglio io, non per forza deve farlo lei. Sono stata sempre aperta ad ascoltare le ragioni di tutti, di capire il loro punto di vista, anche se in disaccordo con il mio, e non sopporterei di avere qualcuno che, anziché discutere con me in maniera pacifica, mi tacciasse di ignoranza solo perché non la penso come lui. Per questo non mi trovo bene sui social, per questo il mio buon proposito naufraga miseramente dopo appena sette giorni di vita: la troppa arroganza e prepotenza mi infastidiscono, mi fanno perdere interesse per il dibattito. Mi dico che non ne vale la pena, mi dico che mi arrabbierei per l’atteggiamento tenuto e, perciò desisto.

Forse sono troppo permalosa o sensibile, chissà.

Diario