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Lomo Week + Pasquetta

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(Occorre un luogo sereno per meditare.)

. Uno dei giorni più odiati dell’anno. Insieme al Capodanno e a tutti quelli che prevedono pranzi coi parenti.

Comincia almeno una settimana prima, con l’odiosa domanda: “Allora, che si fa per Pasquetta?” pur sapendo che fino al mezzogiorno del lunedì stesso a questa domanda non verrà data risposta.


 


(La Pasquetta incombe)

(Prova evidente delle nostre elucubrazioni
durante la sera del Venerdì Santo.)

Continua per i sette giorni successivi, pungolando le menti dei malcapitati come un pezzo di rucola tra i denti, fastidioso e ricorrente, e finisce, come si diceva, il mezzogiorno stesso del lunedì dell’Angelo dove il gruppo di avventurieri si riunisce (solitamente sempre in qualche punto di ritrovo, come bar et similia, per rifocillarsi, fare colazione – maperchéno, anche un aperitivo) cominciando l’eterno nodo gordiano sulla destinazione da decidere. Chi vuole portare il cane, chi vuole andare un un posto caldo, chi in un posto di mare, seguendo la tradizione, chi a fare una braciata sull’erba, chi di grande aiuto si stravacca su di una panchina con le braccia dietro la testa sentenziando: “Ah oté ragazzi, io sò qui, mettetemi in una macchina e portatemi dove vi pare, ché a me va bene tutto”, chi ha i parenti della fidanzata con un piccolo pezzo di terra dove vogliono portarli a fare pranzo, stressando la suddetta dal venerdì e chiedendole appena sveglia: “Allora, che fate? Venite con noi?”. 

Raggiunto dunque un compromesso si parte: macchine piene di ragazzi nutriti delle gozzoviglie del giorno prima si riempiono a fatica, abbassandosi con qualche gemito, litigi e discussioni su cosa ascoltare in radio, pettegolezzi e chiacchiericcio vario si mescolano all’aria umida della giornata, perché si sa che se a Pasquetta piove qui da dove si parte di sicuro è nebbioso. Sullo sfondo, lontano lontano, una nave, coricata su un fianco a testimoniare la stupidità umana e le sue conseguenze.

(Direi che la discussione ha portato ad una degna conclusione)

Si arriva e ci si spalma su un prato: il sole scotta e nonostante la vostra abbia la pancia(etta) di fuori sta proprio bene, ché ha l’indole della lucertola e l’ha sempre saputo. Già cominciano le prime lamentele su chi voglia fare il bagno (?) e chi non voglia stare tutto il giorno sui fili d’erba, seguite, dopo alcuni minuti, dall’infinita saggezza del C. che se ne esce dalla sua comoda posizione della cotoletta impanata con:

“Allora, oggi funziona così: ognuno è libero di fare quel che cavolo gli pare. Perciò chi vuole stare qui ci sta e chi vuole andare a fare il bagno ci va. E non rompe i coglioni.

Io sono lì, proprio lì, sul pratino a destra.
Nella posizione della lucertola al sole.

All’improvviso l’idea di un pallone attraversa le menti e come nelle migliori Pasquette dei miei 16 anni mi ritrovo a giocare a passaggi, spiaccicandomi al suolo nel tentativo di fare il bagher alla Nami Hayase e lottando disperatamente con S. sul prato al fine di afferrare la palla.

Dopo gli scherzi di turno ad uno dei nostri che sembrava uno stalker/pedobear/un pusher e che per enfatizzare la cosa si era bellamente isolato su una panchina non partecipando allo stravaccone generale, la decisione di spostarci per raggiungere “la super gelateria”. Che però si trova in un paese accanto. Qui decido per un frappè al cioccolato che ha provocato brividi per il seguente quarto d’ora, galvanizzato dal freddo gelido che accarezzava le ossa di chiunque gli capitasse a tiro. Un giro lungo il corso alla ricerca di un paio di calzoni per Ken il guerriero, strappati proprio lì, e ad un caffeino al Caffeino. Poi la sosta di fronte ad un cinema, là dove davano uno dei film più lagrimosi di sempre (now in 3d!) e che ha portato ad un mio insensibile, fine, delicato ma sincerissimo: “Che palle il Titanic” seguito da un: “Ecco uno dei motivi per i quali mi piaci così tanto” da parte di S. Il gruppo si divide lì nella piazzetta e noi, scambiati i passeggeri, si volge al paesello. Le mie illusioni su come terminare la giornata si infrangono con la dura, pratica realtà ma S. mi consola e mi presta uno dei modi migliori possibili per passare la serata senza di lui:

…E che vuoi di più dalla vita? (Un Lucano, sì lo so grazie)