Cinema Distrazioni più o meno mondane Il mondo fuori dal letto è cattivo.

Fuori uno.

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Fuori uno. Così diceva il dopo che era arrivata quella maiala della emi, rubandogli la libertà.

E così ha fatto anche Mario, che il Mascetti l’ha diretto proprio per benino. Lui come gli altri amici, amici suoi, miei, di tutti. Parlo di perché è il a cui sono più affezionata di quelli da lui diretti, ma ce ne sono tanti altri, tra cui “Il marchese del Grillo” e anche la famosissima “La Grande Guerra” ma anche “I soliti ignoti” e “Speriamo che sia femmina”.

Non voglio dire le solite cose che sento ormai da 48 ore, voglio dire invece quello che sento io, quelle che sono le mie impressioni e sensazioni, che la di Mario mi trasmette e che non ho ancora sentito o letto da nessuna parte.

Solitamente si crede che quando una persona si suicida lo fa perché era depressa, non lucida, e si prova pena perché si crede che non è stata abbastanza forte da sopportare e vincere le avversità, i guai, i problemi. Anche Mario si è suicidato, ma lui non era né depresso, né confuso, né debole. Anzi, lui ha scelto questa via d’uscita per evitare di essere compatito, assistito, accudito. L’ha fatto quindi in piena lucidità, dopo chissà quali lunghi ragionamenti.

Quando stamani ho letto la notizia un “no” mi è sfuggito dalle labbra. E ci sono rimasta male. Ho pensato: “Perché l’hai fatto, Mario?” Poi, dopo questa prima reazione, ho pensato a lungo al motivo che l’ha spinto a suicidarsi. Ho pensato all’uomo che era, all’uomo che ho conosciuto attraverso i suoi film, e niente di quello che a me è arrivato mi ha mai trasmesso debolezza o depressione. Neanche nei momenti più tristi. Anche ora che aveva quasi 100 anni continuava a ragionare con lucida logica, risultato di un lavoro di fino fatto con l’olio sui meccanismi del pensiero e della parola. Lui era un uomo libero che voleva continuare ad essere libero: tempo fa aveva dichiarato in un’intervista che desiderava una morte rapida, indolore, che gli permettesse di essere indipendente fino all’ultimo. Purtroppo aveva pescato una cattiva carta: tumore terminale alla prostata. Che gli avrebbe garantito una morte con le caratteristiche del tutto opposte a quelle che lui desiderava: una lenta agonia rinchiuso in una stanza d’ospedale, accudito, dipendente, dolorante, e soprattutto non più libero. Perciò ha deciso di gabbare la malattia e la morte stessa e l’ha prese in giro tutt’e due, lanciandosi dalla finestra. Chissà cos’ha pensato mentre volava giù. “L’ho prese per il culo?” “Ahahah, chissà cosa diranno di me…?” “Decido io come e quando andarmene.” O forse non ha pensato niente. Lo immagino con un sorriso beffardo mentre il vento gli scompiglia i pochi capelli candidi e i vestiti puliti. Proprio come Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante, ha deciso di aggrapparsi ad una mongolfiera e di farsi portare via dal vento, pur di non scendere e posare i piedi per terra. D’altra parte anche dopo la morte del padre, suicida anche lui, quello che disse fu: « Ho capito il suo gesto. Era stato tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, e sentiva di non avere più niente da fare qua. La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena. Il cadavere di mio padre l’ho trovato io. Verso le sei del mattino ho sentito un colpo di rivoltella, mi sono alzato e ho forzato la porta del bagno. Tra l’altro un bagno molto modesto. » E’ morto così com’è vissuto: libero, senza compromessi e soprattutto, coerente con se stesso e con le sue idee.

Monicelli era un gran regista ma anche un gran pezzo di merda. Nella sua vita è stato egoista, capriccioso, arraffone, ha avuto donne di molti anni più piccole di lui senza curarsi minimamente della morale o del buon senso (l’ultima aveva 19 anni e ci ha fatto pure un figlio), non voleva né parenti né figli al suo capezzale che lo coccolassero o gli dimostrassero il loro affetto, né fiori né cioccolatini. Sicuramente ha fatto soffrire molte persone che gli sono state vicino, allontanandole per soddisfare la sua indole da solitario. E tra i suoi personaggi, quello che me lo ricorda è il conte Raffello Mascetti: nobile decaduto e nullafacente tradisce spesso la moglie con innumerevoli amanti, di cui la più famosa e longeva in quanto a durata temporale è la relazione con una minorenne, tale Titti.

Mi è venuta in mente una scena, del film di Amici miei atto II°, che ha come protagonista proprio il Mascetti. Mi è venuta in mente perché per me aderisce alla perfezione alla situazione di cui parlo. Ma è la scena finale del film, quindi se ancora non lo avete visto e avete intenzione di farlo, non guardate il video che posto qua sotto.

Il Mascetti e quella maiala della emi.

Un ultima cosa. So che a Mario i convenevoli e le convenzioni davano fastidio, ma so anche che era un uomo vanitoso. Pertanto, concludo con il mio saluto, certa che in qualche modo gli farà piacere:

Ciao Mario.

Sbrindola la supercazzola prematurata come fosse antani con scappellamento a destra.

Con fuochi fatui, ovviamente.