Pour parler

Come volevasi dimostrare

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Aver superato l’esame scritto di avvocato mi ha dato una soddisfazione immensa. Quasi non ci credevo, avevo paura di aver letto male, così come mi aspettavo, nei giorni seguenti, che mi mandassero una mail con scritto: “Ci scusi, ci siamo sbagliati, lei non è stata ammessa”.

Dopo i primi giorni di euforia – accompagnati, in ogni caso, da una seria consapevolezza di dover studiare come una Giacomo Leopardi qualsiasi – ha cominciato a farsi strada in me un senso di ansia pungente e persistente, tale da far ritornare i miei vecchi, vecchissimi incubi, e di farmi vivere spinta solo dall’energia nervosa.

Ieri, dopo che mi ero detta di smetterla, ché non ho più 19 anni né sto affrontando il primo esame della mia vita, arriva la mail della Corte d’Appello che mi comunica la data del mio orale. E, improvvisamente, mi sento meglio. So che dovrò studiare sodo, so che certo non mi ha facilitato le cose, ma adesso sono più tranquilla: posso organizzarmi, ho dei limiti di tempo ben definiti e non mi sento più di vagare come una cieca in giro per la stanza, errabonda tra le pagine (diverse pagine) da studiare. Posso rendermi conto meglio di come organizzare il lavoro, sia quello nel mondo esterno che quello della mia cameretta, e posso fare la famosa “conta delle pagine” in modo realistico e funzionale.

Insomma, in accordo al segno di terra che sono, conoscere le variabili e programmare di conseguenza il lavoro mi ha improvvisamente tranquillizzata. Era questa la spina che mi doleva: stupidamente, non l’ho capito, dando la colpa alla solita ansia di esame. Ora che l’ho tolta sto molto meglio, sebbene sia comunque cosciente della mole di studio da affrontare.

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